È tornato a trovarci dopo qualche anno un amico diplomatico che vive e lavora in Portogallo. Mi parla della gentilezza dei Portoghesi, della loro accoglienza, delle auto pronte a darti la precedenza. E mi dice che in Italia, invece, ha notato una certa litigiosità un po’ ovunque. Forse il traffico da Fiumicino al centro di Roma l’ha innervosito, penso io.
Lui insiste: gli italiani negli anni Novanta erano piú rilassati e cortesi. E fa l’esempio dei camerieri nei ristoranti: rispondevano con gentilezza, sorridevano, e non c’era tutto questo sgomitare ovunque, anche per arrivare primi ai bagni pubblici. Ecco, gli Italiani sono più nervosi, stanchi, per strada non ti sorride piú nessuno, dice.
Non si dà pace, perché l’«Italiano» del suo immaginario non corrisponde piú a quello che oggi incontra. Ripenso ai due caratteri descritti nel film di Dino Risi Il sorpasso, e molti hanno paura di fare la fine di Roberto (Jean-Louis Trintignant), il bravo ragazzo sottomesso da Bruno (Vittorio Gassman), estroverso e spaccone.
Penso poi a quell’Italia sregolata che una volta sorprendeva, ma che oggi non piace piú neanche agli stranieri. La mancanza di regole mette tutti a disagio. E non troviamo piú divertenti le persone che non stanno al gioco. C’è una specie di «bullismo sociale», dalla politica all’economia, alla scuola, alla tv, che ci fa star male. Ma sappiamo anche che il bravo ragazzo, come nel film di Risi, è un perdente – almeno in questa società.
Proprio per questo ci piace la maestra di Palermo, che punisce in modo esemplare i soprusi del bullo. Un giudice ha detto che «i metodi correttivi erano sbagliati». Secondo me, invece, l’atteggiamento dell’insegnante era da manuale. Ormai siamo abituati ai filmati di bullismo su YouTube. E perfino le punizioni delle maestre finiscono in rete, per far sapere a tutti dell’avvenuta riparazione.
Dopo il grande dibattito sulle lamentele dell’impiegato del Quirinale, che pur votando a sinistra ha paura di diventare razzista, ho pensato che questo potesse essere un modo per sublimare i propri difetti scaricando le responsabilità sugli altri. Se l’Italia è senza regole non è colpa degli stranieri. Se ci sono delle regole e vengono rispettate, allora lo faranno anche gli stranieri. Altrimenti anche gli ospiti approfitteranno della giungla. Vale sia per le leggi scritte sia per quelle non scritte. In un paese in cui va di moda aggirare le regole, è difficile capire chi si stupisce quando a farlo sono gli stranieri. Ma in fondo è l’idea provinciale del «qui sono a casa mia e faccio come mi pare, gli altri no» a far sí che venga dato il cattivo esempio.
Dove si imparano le regole fondamentali? A scuola? In famiglia? La mia esperienza personale mi suggerisce che molte famiglie italiane preferiscano un figlio come Bruno, che non si sottomette e cerca di passare avanti a tutti calpestando i diritti degli altri.
E vedo che nelle scuole vige la regola del «nessuno tocchi Caino», perché prima bisogna garantire i diritti dei prepotenti e poi si pensa alle vittime. Se qualcuno si fa mettere i piedi in testa, vuol dire che non si sa difendere; deve imparare, perché la scuola è una palestra di vita. Finché esiste questa cultura, non ci si può meravigliare se sugli autobus i giovani – italiani e stranieri – non lasciano il posto agli anziani o ai malati.
I valori comuni di una società civile, se non vengono formati in famiglia, devono essere insegnati a scuola. Mi chiedo se sia cosí difficile insegnare ai bambini e ai ragazzi a essere forti, solidali e rispettosi. Una delle ultime notizie che ho letto è che a scuola torna il voto in condotta. Ma non basta: bisognerà anche insegnare educazione civica e «valori comuni», a prescindere dalle origini e dalle religioni.
(Yasemin Taskin, «Internazionale», 26 giugno 2007)
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