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Grasso, Il sovversivo e l’esibizione dell’ignoranza

Inviato da prof. Guidotti il Dom, 02/17/2019 - 23:03
Un sovversivo si aggira per l’Italia, dice frasi sconnesse che turbano l’ordine pubblico, sostiene tesi rivoltose, mina alle radici quanto di buono i nostri governanti stanno facendo. Difficile capire come il vice premier poliziotto non lo abbia ancora fatto arrestare. Faremo noi la spia, fornendo nome e cognome, perché si ponga fine a idee perniciose come queste: «L’Italia è priva di una classe dirigente e occorre ricostituirla al più presto»; «Oggi assistiamo all’ostentazione dell’ignoranza della non cultura. Dobbiamo avere cittadini che provino disagio a non avere una cultura e che abbiano l’ansia di formarsela». L’aizzatore si chiama Pellegrino Capaldo, già ordinario di economia aziendale alla Sapienza (tra i suoi allievi Mario Draghi e Ignazio Visco), un super-tecnico che ha ricoperto molti incarichi in campo economico, finanziario e anche politico.

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Gramellini, Durissimo, solitario, per sempre. Il mestiere (senza scuola) dei genitori

Inviato da prof. Guidotti il Mer, 10/11/2017 - 10:12
Non esiste una scuola per genitori. Ognuno si aggiusta come può, spesso con il bricolage, ma da oggi ha un manuale di testo a portata di mano per rapide consultazioni. Si intitola Riprendiamoci i nostri figli (Marsilio) e lo ha scritto Antonio Polito. Alla sua maniera, profonda e leggera. Con l’aria di chi non vuole impartire lezioni, ma spartire esperienze. I lettori del «Corriere» lo conoscono come raffinato decifratore di arabeschi politici. Chi però ha la fortuna di frequentarlo sa che la sua vera passione è la vita.

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Riva, Perché non sopportiamo il dolore dei nostri figli

Inviato da prof. Guidotti il Dom, 01/22/2017 - 15:51
«Dottore, mi aiuti: mi sto separando da mia moglie ma non so come fare perché vorrei stare sempre con i miei figli. Io li adoro». Capita di sentire anche questo negli sportelli di ascolto per genitori in crisi. Innamorati dei nostri figli, ci siamo dimenticati che, parafrasando Mao, fare il genitore non è un pranzo di gala. Certo che i bambini hanno bisogno di essere amati in modo incondizionato — IN-CON-DI-ZIO-NA-TO — ma il nostro compito non è adorarli, bensì educarli. Compito ingrato perché spesso ci ritroviamo a mani nude davanti ai nostri figli trasformati in involontari piccoli tiranni da una società dei consumi che si alimenta dei loro desideri perennemente insoddisfatti. Annaspiamo fra la smania di crescerli in modo che si sentano a loro agio con i propri coetanei e il tentativo di sviluppare in loro anche dei sani anticorpi. Non vogliamo che siano completamente omologati ma non vorremmo nemmeno farne degli Amish che girano su carretti trainati da cavalli. E allora via di smartphone (magari non proprio quello di ultima generazione) e di PS4 con relativo strascico di videogiochi costosissimi. Ma una volta entrati, il meccanismo è infernale: ogni telefonino nasce già vecchio, ogni videogioco ha un’estensione o un modello successivo. Per non parlare della trattativa sfibrante sui tempi: «Ancora un minuto, mamma: sto finendo il livello!». Ma ogni livello ne apre uno nuovo con buona pace dell’indispensabile senso del limite: basta, sono arrivato fin qua, mi accontento.

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Di Stefano, La morale, una bella cosa. Condividerla è possibile

Inviato da prof. Guidotti il Mer, 01/18/2017 - 16:45
Una questione di regole? Certo, ma cosa intendiamo quando parliamo di regole? Bella domanda. Regole quotidiane di comportamento, doveri, obbedienza? Marina Valcarenghi, la psicoterapeuta che ha lavorato a lungo sui rapporti tra genitori e figli, non ha dubbi: «Le regole da recuperare sono quelle della morale: per tenere a freno la violenza non solo fisica dei figli, sempre più dilagante, non serve imporre o vietare. L’unica difesa è trasmettere una struttura morale». Già ma come si ottiene questa struttura morale? «Si forma nei figli insegnando loro, molto presto, il rispetto della vita e del vivere insieme, il rispetto di alcuni valori fondamentali come la verità, la giustizia, l’onestà. Il figlio spesso si chiede: perché non posso fare quel che voglio? È la struttura morale, elaborata dalla nostra coscienza collettiva ma trasmessa individualmente per via soprattutto familiare, a favorire l’inibizione. Se manca questa morale, tutto diventa permesso, anche dare sfogo alle pulsioni violente».

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Polito, I no impossibili dei genitori ai loro ragazzi

Inviato da prof. Guidotti il Ven, 01/13/2017 - 15:58
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. Da quando si aggrappano a noi per tirarsi in piedi facendoci sentire onnipotenti, a quando noi ci aggrappiamo a loro per frenarne il delirio di onnipotenza, passa tanto tempo. Ci sembrano sempre nati ieri; ma sedici, diciotto anni sono abbastanza per fare del nostro bambino un individuo dotato di libero arbitrio, di conseguenza diverso da noi. Talvolta estraneo. O addirittura nemico. Riccardo e Manuel, i due complici del parricidio e matricidio di Pontelangorino di Codigoro, sono una storia a sé. Il loro è un comportamento deviante, materia per giudici e psichiatri. Ma anche quei due adolescenti in fin dei conti sono millennials, come chiamiamo con enfasi anglofona i ragazzi di oggi.
E lo sappiamo, ce lo raccontiamo ogni giorno, che tra la generazione Y (ormai quasi Z) e quella dei genitori è aperto oggi un conflitto molto aspro. Ce l’hanno con noi. Sostanzialmente perché stiamo lasciando loro meno benessere di quello che abbiamo trovato. Insieme con il trasferimento del reddito, si è però interrotto il canale di trasmissione di molti altri beni dai padri ai figli. Di valori, per esempio; di conoscenza storica, di credi religiosi, di senso comune, perfino di lingua (si diffonde un italiano sempre più maccheronico). Si è aperto un vuoto di tradizione, insomma; parola la cui etimologia viene per l’appunto dal latino «tradere», trasmettere.

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Ficocelli, Chi non copia ha piú personalità

Inviato da prof. Guidotti il Mer, 08/20/2008 - 17:38
Scagli la prima penna chi è senza peccato: piú o meno tra i banchi abbiamo copiato tutti. Passarsi il compito è un rito di iniziazione e chi non copia o non fa copiare, dalle elementari alla maturità, viene inserito nella black list. Eppure, secondo uno studio americano, la filosofia del massimo risultato con il minimo sforzo è tipica degli elementi peggiori. Pavidi, disonesti, ipocriti e tutt’altro che generosi, i "copioni" sarebbero ragazzi privi di personalità. Ben altro discorso varrebbe per gli studenti abituati a fare da sé, che non solo sarebbero tendenzialmente allegri e ottimisti ma anche dotati di una forte personalità.

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De Mauro, Analfabeti d’Italia

Inviato da prof. Guidotti il Gio, 03/06/2008 - 16:34
Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.
Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

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Severgnini, L’italiano, manuale contro i misfatti verbali

Inviato da prof. Guidotti il Lun, 08/27/2007 - 17:24
Il congiuntivo è morto, dicono. Omicidio, suicidio o evento accidentale? Nessuna di queste cose. Credo si tratti della conseguenza logica di un fenomeno illogico. Sempre meno italiani, quando parlano, esprimono un dubbio; quasi tutti hanno opinioni categoriche su ogni argomento (vino e viaggi, case e calcio, sesso e sentimenti). Pochi dicono: «Credo che col pesce si possa bere anche il vino rosso». I piú affermano: «Credo che col pesce si può bere anche il vino rosso» (poi ordinano Tavernello bianco frizzante).
La crisi del congiuntivo non deriva dalla pigrizia, ma dall’eccesso di certezze. L’affermazione Speravo che portavi il gelato non è solo brutta: è arrogante («Come si permette, questo qui, di venire a cena senza portare il gelato?»). La frase «Speravo (che) portassi il gelato» è invece il risultato di una piccola illusione, cui segue una delusione contenuta e filosofica. Accade, nella vita, che la gente dimentichi di portare il gelato.

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Taskin, Senza regole comuni

Inviato da prof. Guidotti il Mar, 06/26/2007 - 17:05
È tornato a trovarci dopo qualche anno un amico diplomatico che vive e lavora in Portogallo. Mi parla della gentilezza dei Portoghesi, della loro accoglienza, delle auto pronte a darti la precedenza. E mi dice che in Italia, invece, ha notato una certa litigiosità un po’ ovunque. Forse il traffico da Fiumicino al centro di Roma l’ha innervosito, penso io.
Lui insiste: gli italiani negli anni Novanta erano piú rilassati e cortesi. E fa l’esempio dei camerieri nei ristoranti: rispondevano con gentilezza, sorridevano, e non c’era tutto questo sgomitare ovunque, anche per arrivare primi ai bagni pubblici. Ecco, gli Italiani sono più nervosi, stanchi, per strada non ti sorride piú nessuno, dice.
Non si dà pace, perché l’«Italiano» del suo immaginario non corrisponde piú a quello che oggi incontra. Ripenso ai due caratteri descritti nel film di Dino Risi Il sorpasso, e molti hanno paura di fare la fine di Roberto (Jean-Louis Trintignant), il bravo ragazzo sottomesso da Bruno (Vittorio Gassman), estroverso e spaccone.
Penso poi a quell’Italia sregolata che una volta sorprendeva, ma che oggi non piace piú neanche agli stranieri. La mancanza di regole mette tutti a disagio. E non troviamo piú divertenti le persone che non stanno al gioco. C’è una specie di «bullismo sociale», dalla politica all’economia, alla scuola, alla tv, che ci fa star male. Ma sappiamo anche che il bravo ragazzo, come nel film di Risi, è un perdente – almeno in questa società.

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Calise, Sms sotto accusa: “Ragazzi più stringati anche nella vita”

Inviato da prof. Guidotti il Mar, 06/19/2007 - 17:27
Attenzione, gli sms «accorciano» la vita. A forza di scrivere messaggini sul telefonino, si è ristretto il linguaggio, si sono abbreviati i pensieri e le emozioni sono diventate poco più che smorfie da condensare in una «faccina». Tutto si è rimpicciolito nella testa dei ragazzi ormai dipendenti dallo short message system, meglio definito «Sistema Molto Simpatico» di comunicare velocemente ad un costo bassissimo.
Hanno difficoltà a parlare, sono più irascibili e soprattutto, avvertono gli studiosi della Crusca, sentono il bisogno di essere stringati anche nella vita.
Dopo aver ucciso la lingua italiana, gli sms «frantumano» le relazioni. E così sul web, a colpi di chat, blog e forum, parte la controffensiva: basta con tutto quello che è short, stop al lessico breve e incomprensibile dei messaggini; bisogna tornare al lungo, alle parole scritte per bene e ai concetti ricchi e articolati (Questo blog non è un sms).

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