Sobrero, Ma caro studente, il balzello non è un piccolo balzo
Vorrei parlare di scuola, senza parlare dei perizomi delle professoresse, né dei pestaggi fra bulli, né di sangue, né di cocaina. E nemmeno di cellulari. È ancora possibile? Forse no, o forse sí, ma ancora per poco: la scuola, nell’immaginario popolare, sta diventando l’immondezzaio della maldicenza, la sentina di tutti i mali, il luogo di perdizione dei nostri bravi e virtuosi giovinetti che lí imparano il consumismo, la corruzione, l’odio e la violenza.
Perché non parlare, ogni tanto, anche di scuola-scuola? Di quello che si insegna, e come. Del lavoro degli insegnanti, dei problemi. E ce ne sono, di problemi!
Voglio offrire qualche dato su un problema che conosco abbastanza da vicino, e che a me – e non solo a me – sembra grave. Il vocabolario dei nostri ragazzi è sempre piú ridotto, incerto, evanescente. Forse non siamo alle «seicento parole» di cui parlava un autorevole giornalista del «Corriere della Sera», ma certo possiamo dire che conoscono molto meno parole di quanto crediamo.
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