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Eco, Gli orrori inutili del Carnevale

Inviato da prof. Guidotti il Ven, 01/14/2005 - 16:52
Mentre scrivo sta terminando l'orrendo Carnevale. Cerco di non uscire di casa, ma non posso evitare di vedere immagini carnascialesche alla televisione, da Viareggio a Venezia. Quando vedo per le strade quelle bambine travestite da damine settecentesche col neo sulla guancia, quei maschietti ingoffiti da un'uniforme alla Zorro con i baffetti fatti col nerofumo, sono preso da accessi di pedofobia e sono colto dal complesso di Erode. Ma non meno tenero sono nei confronti dei loro fratelli maggiori, che scarpinano tristi vestiti da gufo o da Casanova, per non dire dei più diseredati, scalcagnatamente in tuba di cartone e palandrana di sacco.
Odio il Carnevale per ragioni che probabilmente potrebbero interessare uno psichiatra: mi dà noia ogni forma di mascheramento del corpo umano, non dico Platinette, ma persino i professionisti in doppiopetto che si tingono i capelli e le signore che si truccano vistosamente - per non dire dei corpi perforati da anellini e perline o umiliati da tatuaggi papuasi, che mi inducono a una cauta rivalutazione di Lombroso. E non venitemi a fare la sciocca obiezione che porto la barba, perché questa fa parte del corpo come i capelli e i seni, anzi, se proprio c'è qualcuno di anormale, sono gli sbarbati - e il fatto che siano maggioranza non prova che abbiano ragione.
Ma ci sono altre e più profonde ragioni per cui c'è qualcosa di sospetto, almeno oggi, nel Carnevale. Quale sia stata la funzione del Carnevale nei secoli passati, lo sappiamo. La letteratura in proposito è vastissima e si è detto tutto quello che c'era da dire. Basti pensare, per non occuparci di manifestazioni analoghe nell'antichità, al Carnevale come nasce nel mondo cristiano medievale. E per capirlo non dobbiamo metterci dal punto di vista dei nobili e dei potenti ma da quello della povera gente. Mangiavano poco, si alzavano al levar del sole e andavano a dormire al tramonto, lavoravano tutto il giorno, vestivano male e non avevano tempo per divertirsi. L'unico divertimento era il sesso, ma era concesso (a chi volesse essere buon cristiano) solo per circa la metà dei giorni che ci sono in un anno (per la Quaresima e per gli altri moltissimi periodi festivi, si sconsigliava di praticarlo). L'unica distrazione era andare alla domenica a sentire una bella messa cantata, ma solo se si viveva in prossimità di una cattedrale o di una chiesa abbaziale, perché le pievi dei villaggi non potevano permetterselo.
La gente ne faceva sottobanco di cotte e di crude, è naturale, ma ufficialmente del corpo occorreva occuparsi pochissimo. Si veda il bel libro appena uscito, di Jacques Le Goff, in collaborazione con Nicolas Truong, su 'Il corpo nel Medioevo'. Naturalmente il libro è pieno di sfumature e mostra molte situazioni contraddittorie, ma insomma, è certo che a quei tempi si dedicava al corpo pochissima cura, e da molti mistici e teologi esso non era visto di buon occhio.
Ebbene, verso la metà di una annata che iniziava coi primi brividi autunnali e finiva con le canicole agostane, ecco che veniva offerto a tutti il Carnevale, isola di libertà e licenza, in cui ci si poteva permettere di tutto e soprattutto ci si poteva e ci si doveva divertire, divertire senza lavorare, divertire per il puro piacere del divertimento, senza pensare ai fastidi di una vita grama. Era una valvola di sfogo indispensabile, benedetta e benvenuta. Poi basta, diman tristezza e noia, di nuovo, e per un altro anno. Il Carnevale era una istituzione sociale indispensabile.
Ma oggi? Oggi quando da moltissime parti si parla di una carnevalizzazione della vita? Oggi che anche il cittadino più povero (esclusi solo i barboni che dormono sulle panchine) può avere quasi ventiquattrore di Carnevale giornaliero alla televisione, e in ogni caso può godersi giochi, balli, carnascialate ogni sera dal tramonto in avanti? Quando dai muri delle case, e anche solo a passare davanti a una edicola, immagini di donne e uomini bellissimi invitano al divertimento, al lusso, e naturalmente a una sofisticatissima alterazione del corpo? Nel vecchio Carnevale, come nei trionfi o nei saturnali romani, ci si poteva permettere, una volta all'anno, di prendere in giro i potenti, mentre oggi essi si carnevalizzano da soli in trasmissioni circensi in cui si danno schiaffi in faccia come tanti Augusti e Clown Bianchi?
Che senso ha celebrare il Carnevale in un mondo in cui il Carnevale viene proposto per trecento e sessantacinque giorni all'anno? E ancora, se nel Carnevale davvero ci si scatenasse contro il potere, si sovvertissero i rapporti di dominio, e ciascuno si prendesse le proprie rivincite. Ma no, ciascuno se ne va tristemente per strade scivolose di coriandoli umidicci, e si comperano su bancarelle dolciumi che durante l'anno intero si potrebbero trovare al supermercato, e con maggiori garanzie igieniche. Non ci resta che sperare nella Quaresima. Non temete: essa ci attende dietro l'angolo.
(Umberto Eco, «L'Espresso», 14 gennaio 2005)

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