Vorrei parlare di scuola, senza parlare dei perizomi delle professoresse, né dei pestaggi fra bulli, né di sangue, né di cocaina. E nemmeno di cellulari. È ancora possibile? Forse no, o forse sí, ma ancora per poco: la scuola, nell’immaginario popolare, sta diventando l’immondezzaio della maldicenza, la sentina di tutti i mali, il luogo di perdizione dei nostri bravi e virtuosi giovinetti che lí imparano il consumismo, la corruzione, l’odio e la violenza.
Perché non parlare, ogni tanto, anche di scuola-scuola? Di quello che si insegna, e come. Del lavoro degli insegnanti, dei problemi. E ce ne sono, di problemi!
Voglio offrire qualche dato su un problema che conosco abbastanza da vicino, e che a me – e non solo a me – sembra grave. Il vocabolario dei nostri ragazzi è sempre piú ridotto, incerto, evanescente. Forse non siamo alle «seicento parole» di cui parlava un autorevole giornalista del «Corriere della Sera», ma certo possiamo dire che conoscono molto meno parole di quanto crediamo.
Alla Facoltà di Lingue di Lecce abbiamo fatto un esperimento, all’interno dell’insegnamento di Lingua italiana. Fra le parole usate con frequenza media in italiano (né le piú frequenti né le piú rare) ne abbiamo selezionato una cinquantina e abbiamo chiesto di scriverne il significato agli studenti del primo anno. Erano trecento, un campione di tutto rispetto.
Primo risultato: 12 parole sono risultate del tutto sconosciute a piú della metà degli studenti, e fra queste ci sono delle «insospettabili», come aleatorio, reggino, tafferuglio, rancio, rocchetto, balzello (sconosciuto a tre studenti su quattro: segnalarlo a Silvio Berlusconi, che ha speso milioni per deprecare gli «iniqui balzelli» di Prodi: soldi buttati), muezzin (sconosciuto al novanta per cento). Solo per quattro parole nessuno ha crociato il quadratino «Non conosco il significato»: azzardo, stinco, slovacco e sloveno.
Secondo risultato: le definizioni a volte sono corrette, a volte piú o meno lontane da quella giusta, a volte – troppe volte – lontanissime. Con punte esilaranti.
Per alcuni un lecchese è un abitante di Lucca, per altri un comasco è un abitante di Comacchio (o, per altri ancora, di Comasco); il reggino è un tifoso della Reggina, il muezzin è un tipo di cereale, il panciotto è una parte del corpo umano (forse una pancia prominente ma simpatica). Carsico, chissà perché, vuol dire «relativo alla Corsica»; aleatorio, come si capisce dalla parola stessa, vuol dire «dotato di ali» (per altri: «superfluo, estremo, astratto o non pertinente»); immune vuol dire «sbalordito» e il nullaosta per uno è un lasciandare (sic!), per un altro un «documento che attesta l’annullamento di una disciplina».
Come si poteva prevedere, per molti ceco è il «non vedente» e cinofilo vuol dire «amante del cinema» (ma in questo i nostri studenti sono in ottima compagnia: qualche lettore sicuramente ricorda che il celebratissimo Francesco Alberoni, in un’intervista, disse proprio: «… era un grande appassionato di cinema, un vero cinofilo»). Il rococò non è uno stile, ma un «dolce napoletano», e per molti un rovo è un «incendio» (forse pensano a un rogo), mentre il brandello è un «ripiano trasportabile» (?).
Tutti dicono di sapere chi sono gli Sloveni e chi gli Slovacchi, ma poi c’è chi pensa che gli Sloveni siano gli abitanti della Cecoslovacchia (che, fra l’altro, mi risulta che non esista piú da una quindicina d’anni) e che gli Slovacchi abitino in Slovenia.
Parlate di tafferugli? Sappiate che possono essere scambiati per «attività losche»; e astenetevi dal parlare di leggi abrogate: sappiate che abrogare per molti significa addirittura approvare, per altri vagliare, per altri ancora mettere in vigore una legge, e c’è anche chi pensa che voglia dire «apporre una deroga».
Che cos’è una basetta? Anche in questo caso, lo dice la parola stessa: una piccola base. Cosí come un balzello non è altro che un piccolo balzo. Se chiedete conferma in giro, qualcun altro vi dirà che invece è un elemento artistico architettonico; cosí come vi dirà che la basetta non è una piccola base, ma «una parte del corpo maschile che fuoriesce sul mento» (e chissà a che cosa pensa).
Non va meglio con le nozioni studiate a scuola: capoverso è «quello che è scritto fra un punto a capo e l’altro» ed è al secondo posto nella speciale classifica del numero di definizioni sbagliate: per qualcuno è l’inizio di un verso, per altri l’inizio di un periodo complesso, per altri ancora «una frase che va a capo per insufficienza di spazio»; ma può anche essere sinonimo di «incominciare da capo».
Non va meglio con le scienze naturali: il solstizio può essere definito come uno «speciale movimento degli astri»; l’emisfero boreale può essere inteso come quello meridionale, mentre l’emisfero australe, simmetricamente, potrebbe essere quello settentrionale (per altri, invece, australe vale «che proviene dall’Australia»).
Al primo posto per numero di definizioni fantasiose c’è bettola, per la quale solo un 15 per cento ha dato il significato «osteria di basso livello»; per il resto, i ragazzi hanno detto che si tratta di una pentola, o di un discorso insensato, o di un’affermazione inappropriata, o di un luogo malsano, ovvero di un luogo poco confortabile (sic!), di un’abitazione squallida, di uno spazio angusto, di un casolare abitato da persone malsane (ma, a onor del vero, c’è anche chi conosce l’altro significato, piú tecnico, e scrive correttamente «serve per il trasporto di ghiaia»).
È forse crudele chiedere di strumenti che oggi non si usano (quasi) piú: per questo sorvoliamo sulla definizione di rastrello come «attrezzo che si usa per arare la terra», e su quella di rocchetto come molletta o – in alternativa – come ditale; ma non sorvoliamo sulla definizione – sempre per rastrello – «strumento che serve a pianificare» (credo volesse dire spianare, livellare).
La cultura degli altri? Si deve rispettare, certo, ma conoscerla non sembra poi cosí importante: il sessanta per cento dei ragazzi dichiara di non conoscere affatto il significato di torah e di yiddish; ma fra chi crede di conoscerlo c’è po’ di confusione: per alcuni la torah non è l’insieme dei primi cinque libri dell’Antico Testamento, ma «ha a che fare con l’Islam», per altri è una «particolare ideologia religiosa» o un «rito sacro» (per uno è addirittura un «luogo simile ad un tribunale»), mentre dello yiddish molti sanno che è una varietà di lingua, ma oscillano fra lingua eschimese, dialetto inglese, lingua araba o greca (il riferimento all’ebraico compare solo 4 volte, in questo elenco). Per uno studente si tratta di «una varietà dell’inglese tipica degli Indiani», mentre un altro scrive – in rigoroso stile-vocabolario, ma con involontario umorismo – «detto di alcuni abitanti dell’America che vivono allo stato pellegrino».
Non è un folcloristico «io speriamo che me la cavo»: è un elenco di problemi, che fa riflettere, e molto. Li affido alla meditazione di genitori e insegnanti, accompagnandoli con una precisazione importante: nella distribuzione di queste carenze è del tutto irrilevante il tipo di scuola superiore frequentato dai ragazzi. Per dirla tutta: se proprio si dovesse fare una classifica, gli studenti del nostro campione che provengono dal liceo classico sarebbero, in media, agli ultimi posti. In generale, oggi, l’allievo di un istituto professionale che, spinto da un salutare complesso d’inferiorità, a casa legge molto e a scuola ascolta con attenzione arriva all’Università con un lessico piú ricco di molti liceali. E comunque le prestazioni medie sono equamente distribuite tra i vari tipi di secondaria superiore.
Altro che discussioni di strapaese sulla supremazia dei licei sulle altre scuole superiori, aristocrazia del Classico ecc.! Oggi tutti abbiamo un unico nemico: l’incapacità di usare la lingua. O, se volete chiamare le cose con il loro nome, il semi-analfabetismo dei laureati. Pensiamo a che cosa fare per rallentarne l’avanzata devastante. Questo sí che è un argomento su cui vale la pena di scambiarsi qualche idea.
(Alberto A. Sobrero, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 11 marzo 2007)
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